La donna che legge

In questi giorni a Roma fa stranamente freddo ed ancora più stranamente piove. Uscendo dal supermercato mi tiro il cappuccio del piumino sulla testa, non ho voglia di aprire l’ombrello che è nella borsa di tela assieme a “I miserabili” ed alla spesa appena fatta. Sull’altra spalla, a fare da contrappeso, ho la mia borsa; mi aggiusto la sciarpa e mi incammino sotto la pioggia. I marciapiedi di Viale di Trastevere sono male illuminati e continua a piovere, mi sposto sotto il porticato di un palazzo, oltrepasso la farmacia. Poco oltre la farmacia, seduta sugli scalini davanti ad un portone, c’è una donna e di fronte a lei è seduto il suo cane, una sorta di labrador, che la guarda. La donna sta leggendo, la mano sinistra quella che dà verso la strada tiene aperto un tascabile. Inclino la testa per capire che libro sia ma la copertina è così scura che non si legge niente, neanche un indizio sul titolo o sul nome dell’autore. Seguendo la linea del braccio osservo il giaccone che più che ripararla dal freddo la infagotta. La infagotta, non la veste. Allora cerco il viso. Dal cappello spuntano dei capelli biondo cenere che incorniciano il viso di una donna di mezza età dagli occhi chiari, di un celeste slavato, occhi tristi su un viso tondo. Poi lo sguardo cade sulla macchia nera che ha di fianco, è uno zaino aperto. Probabilmente il libro stava in cima a tutto, si è messa a leggere senza nemmeno richiuderlo. Lo zaino è pieno zeppo ed all’interno si riesce a vedere distintamente una copertina rosso scuro dove spiccano delle lettere bianche. Un altro libro, è una lettrice dunque, chissà che libro è quello nello zaino. Poi con un vortice, tutto prende forma.
Ed allora capisco che quello che spunta dallo zaino non è un libro, ma è una confezione di vino in cartone. Il giaccone la infagotta perchè deve essere largo per poter indossare più maglie e comodo tanto da poterci dormire. La sua espressione è triste e rassegnata come spesso lo è quella delle persone che vivono per strada. Probabilmente nello zaino ci sono tutti i suoi beni e la riconosco come una di quelle persone che la notte dormono nelle strade qua attorno.
Sono già oltre. Attraverso la strada, scendo verso il lungotevere mentre penso che quella donna potrebbe essere una mia coetanea, mi chiedo cosa contenga il suo zaino oltre al libro ed al brik di vino e penso al contenuto delle due borse che ho con me. La pioggia aumenta ed allungo il passo, il piumino inizia ad essere bagnato. Mi chiedo se preferirebbe del cibo, dei vestiti o dei libri. Chissà se è italiana ed in che lingua legge. E mi ricordo che il punto in cui Viale di Trastevere diventa Piazzale della Radio è sovrastato dal ponte della ferrovia e sotto, nel tratto pedonale, ci vivono o ci stazionano stabilmente delle persone. Uno di questi è un signore anziano, con una lunga barba grigia ed un viso da saggio. Ha un banchetto, qualcosa che somiglia ad uno scatolone capovolto, sopra ci sono alcuni libri in vendita. Lui talvolta siede lì di fianco, un libro in una mano ed una sigaretta nell’altra. Più spesso, invece, lo si vede al bar poco oltre il suo banchetto dove beve Peroni e parla con gli avventori, come uno di casa. Ed anche lui è uno che legge come la donna che ho appena visto. Era bella la scena di lei che, seduta su uno scalino sotto il portico mentre il cane la guarda, legge il suo libro. Sarebbe stata una bella foto, anche la luce era quella giusta ma sono quasi a casa ormai, fradicia di pioggia.
Ed invece all’improvviso torno indietro.
Mentre faccio la strada a ritroso continuo a pensare alla donna che legge ed a scavare nella la memoria, credo di averla vista con un gruppo di persone che vivono per strada e che stanno fra la piazza ed un supermercato, non quello da cui sono appena uscito, ma un altro dove vado raramente.
Una sera di circa un anno fa mi ero fermata a fare la spesa proprio in questo supermercato, avevo preso solo l’occorrente per preparare la cena, pochi pezzi. Mi metto in fila alla cassa dove ci sono solo due persone, la cassiera è lenta all’inverosimile ed io inizio a spazientirmi. Non apro bocca, non sbuffo ma evidentemente si capisce che ho fretta tanto che l’uomo in fila davanti a me si volta e mi dice di prendere il suo posto, vuole che passi avanti. Lo ringrazio e rifiuto, dopotutto lui ha solo due pezzi e posso aspettare gli dico.
Ha solo due confezioni di vino in cartone.
Lui si muove dalla fila per farmi passare avanti e prendere il mio posto, io insisto che no, non ce n’è bisogno ma grazie lo stesso e lui ribatte con una frase a cui non ho più saputo rispondere “Io non ho nessuna fretta, non devo andare da nessuna parte”.
Mi pare che questo uomo e la donna che legge appartengano allo stesso gruppo di persone, quelle che vivono per strada qua attorno.
Intanto, con le scarpe di camoscio zuppe di pioggia ed i piedi gelati, arrivo al palazzo con il portico e la farmacia ma la donna non c’è più.

Questa foto l’ho scattata qualche anno fa in Via del Corso a Roma ma non ha niente a che vedere con il racconto

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31 risposte a "La donna che legge"

          1. Ho letto. Queste storie, nonostante il mio modo di essere, mi toccano sempre il cuore. Troppi non ce la fanno. L’ho vissuto sulla mia pelle. Sono solo stato più fortunato. Forse.
            Comunque apprezzo il tuo modo di scrivere e la semplicità con cui lo fai. 😊

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  1. Bello il tuo racconto… che non credo sia un racconto, ma cronaca, quella cronaca che non dovrebbe esistere in un Paese civile.
    Ho dovuto ricordare quella donna che seduta per strada cantava… cantava sommessamente. Era a Riga, in Lettonia… la fotografai.
    BUON GIORNO.
    Quarc

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  2. il giorno in cui ti fermerai a parlare con alcuni di questi “cittadini del mondo”, scoprirai prospettive diverse, molti di loro vivono per strada per scelta, non per necessità e/o perché obbligati da storie e situazioni andate in aceto. Ovviamente non tutti ma una significativa percentuale, noi fatichiamo a capire certi meccanismi ma a volte certe scelte sono una fuga, una resa nobile, una extrema ratio ma di comodo, estraniarsi dagli obblighi e dalle convenzioni significa anche estraniarsi dalle incombenze. Pionieri di questo modus vivendi sono gli hipster americani nati negli anni 30, dopo la grande depressione.
    Toccante il tuo modo di esternare emozioni e sensibilità

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    1. Qualche anno fa c’era un uomo che viveva per strada, qua vicino a dove lavoro. Lo si vedeva quasi sempre sulla soglia del Teatro Quirino quando era ancora chiuso. Un giorno passando ho sentito un uomo in giacca e cravatta che gli diceva “Tanto prima o poi ti ci riporto a lavorare”. L’uomo che viveva come un barbone era un dipendente del Ministero e si è arreso alla vita quando la moglie è morta dopo una lunga malattia. Quell’uomo scriveva, scriveva sempre. Scriveva poesie per lo più e spesso ne regalava ai passanti.
      Poi il teatro Quirino è stato ristrutturato ed ha riaperto i battenti e di quell’uomo non si è saputo più nulla.
      Grazie TADS del commento e soprattutto della frase finale.

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      1. non devi ringraziarmi di niente, quello dei barboni è un mondo sconosciuto ai più e spesso male interpretato. Se a uno di loro, intendo un barbone per scelta, offri una casa e un lavoro, quindi tutto quel mondo di convenzioni e obblighi che ha scientemente ripudiato, rischi una scortese risposta. Ovviamente tutt’altra cosa è la vita di strada imposta dagli eventi e non cercata.

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  3. Buonasera Susanna, avevo perso questo articolo. Meno male che oggi ti sei fatta viva. Quando ero a Roma ho conosciuto alcune di queste persone. Rimasi colpito perchè più che di cibo o coperte, avevano bisogno di raccontarsi, di essere riconosciute come persone e, ahimè, anche di medicine. Ho conosciuto anche degli angeli della notte che cercano di portare tutti questi generi di conforto. Di questi ultimi ho ammirato soprattutto l’indifferenza al colore della pelle o alla religione professata: tutti meritano lo stesso conforto. Tutti gli anni pubblicano e distribuiscono una guida: “dove mangiare, dormire, lavarsi”. Sono stato con loro l’ultimo Natale ma il mio aiuto è stato più morale che materiale.
    https://www.santegidio.org/pageID/30128/langID/it/SENZA-DIMORA.html

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