Perdersi a Roma

Trovo inaccettabile svegliarmi di sabato mattina stanca morta e con la testa in panne.
Non resta che darmi ad uno dei miei nuovi passatempi, salire e scendere dagli autobus a caso, che è un modo per conoscere luoghi in cui forse non andrei mai.
Esco di casa e mi metto all’intersezione di due strade, da sinistra arriveranno gli autobus verso il centro, da destra quelli verso la periferia, prenderò il primo che passa.
781 direzione Magliana/Scarperia, l’autobus è semivuoto, conto le persone. Ci sono cinque passeggeri, scenderò alla quinta fermata.
Arriva il 780 (Nervi/Sport), salgo e mi ritrovo all’EUR, ho un’idea e scendo. Vado verso il laghetto dove, tra persone che passeggiano nei giardini che lo costeggiano e canottieri che si allenano, si possono ammirare, dopo quasi 56 anni di chiusura le cascate appena riaperte.

(tutte le foto sono personali)

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Sotto il sole a picco delle 11.00 mi ritrovo a camminare sullo spartitraffico della Cristoforo Colombo, intravedo la Nuvola di Fuksas ma me ne frego, fa caldo.
Prendo il 30 in direzione Laurentina.
Scendo a caso e prendo il 779 direzione Gadda, mi ispira il nome. Mi ritrovo in un quartiere di periferia dove, anche se le strade hanno nomi di scrittori, le uniche cose degne di nota sono le persone. Ci sarebbe da fare un post su ognuna di loro. Non mi pare ci sia niente da vedere decido di arrivare al capolinea e tornare indietro ma l’autista mi fa scendere, dice che l’autobus è guasto (maddechè?) e deve tornare al deposito.
Mi ritrovo, nel caldo torrido di mezzogiorno, in mezzo al nulla. Vago e mi fermo qualche fermata più là.

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Passa il 771, lo prendo. Di fianco a me si siede un ragazzo con un panama bianco, sembra un turista indiano. Ci ritroviamo a guardarci e ridere di una signora che urla al telefono.
Quando dal finestrino vedo dei murales mi butto giù dall’autobus. Sono al Trullo.
Il Trullo è una borgata periferica costruita in tutta fretta nel 1939 con il nome di “Borgata Costanzo Ciano”, poi divenuta “Borgata C. Ciano”, “Borgata Duca d’Aosta” ed infine “Borgata del Trullo” dal ritrovamento di un sepolcro romano a forma di trullo, per l’appunto. Fine della lezione.

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“Ovunque sono” – Gomez, poeta del nulla

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“Nun piagne Ninè”

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Passa il 719 in direzione Candoni, chissà dove diavolo è Candoni.
Salgo e mi siedo nel primo posto, vicino l’autista. Dopo qualche fermata sento della musica balcanica alle mie spalle, delle ragazze che ridono, mi volto e vedo l’autobus pieno di zingari, oltre loro ci sono solo io: i ragazzi vestiti all’ultima moda, le donne hanno lunghe gonne, l’unico uomo indossa pantaloni neri eleganti, una camicia bianca sbottonata fino a metà torace, capelli fitti fitti e due immensi baffoni neri. Intanto l’autobus costeggia un colle da cui si vede tutta Roma, la musica continua ed a me sembra di stare in un film di Kusturika. Non riesco a smettere di sorridere. Foto, voglio fare una foto, devo fare una foto. Ci provo ma non riesco, metto via il telefono.
Dietro di me c’è seduto un ragazzino che mi dà le spalle. Il donnone di fronte a lui gli dice che stavo facendo foto, la musica si ferma. Il ragazzino mi chiede perchè li stavo fotografando. Gli rispondo che cercavo di fotografare il paesaggio e che non stavo fotografando loro. Tutti ci guardano ma nessun altro si avvicina. Allora sblocco il telefono e gli faccio vedere che non ci sono foto loro; per fortuna sono stata così imbranata da non riuscirci.
L’autobus intanto va e si ferma davanti il campo nomade dove dei bambini scalzi e semi nudi corrono fuori ridendo, urlando e facendo gesti con le braccia per aria. Il ragazzino si sofferma di fianco a me e mi chiede scusa per poco prima “Non so perchè mi dicevano che ci stavi fotografando. Scusami ancora”
Sorrido e gli dico che non deve preoccuparsi, capita.
Rimango sola sull’autobus, la fermata successiva è il capolinea che è anche rimessa Atac. Leggo mentre aspetto di ripartire.

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L’ingresso del campo nomadi

Vado a pranzo a Trastevere, poi prendo l’8 e poco dopo il 3 fino al capolinea.
Il mio sabato confuso finisce qui leggendo “Gorky Park” a Villa Borghese.

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68 thoughts on “Perdersi a Roma

  1. Certo che tu sei fuori…da sola nei campi nomadi e li fotografi pure… mi ricordi un tizio che fa i documentari su National Geografic Channel…acchiappa ridendo serpenti velenosi e coccordilli, tira le code ai leoni e roba simile…prima o poi ci resterà secco…:)

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      1. Ma neanche Indiana Jones si sarebbe avventurato come fa lei… narra una leggenda che persino il maestro Jedi Yoda, si sia avventurato da quelle parti con la sua spada laser, l’hanno catturato e ne hanno fatto un evidenziatore verde… 🙂

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  2. Quasi tutti posti miei 😉
    Soprattutto il Trullo, e il 719 (oddio, come si numerava prima? 93 forse? 718, 710 – che era il 43 – 771, 773, 774… la discriminante era se passavano davanti casa, sulla Portuense imboccata da Via Folchi, oppure facevano il giro “da dietro”, in via Ramazzini).
    Il 780 invece era l’alternativa al 97, o al 791, ai tempi della scuola, quando facevo avanti indietro da Via di Vigna Murata (Laurentina).
    Scendevo alla Magliana, passaggio sopra alla ferrovia e scarpinata fino a casa. Lunghetta, ma sempre meglio del 97.

    Dove c’è il campo nomandi dovrebbe essere zona Muratella, poco più avanti, direzione Roma, ci abitano i miei cugini, su una collinetta che fa vedere tutto l’eure.
    Là dietro c’era pure la sede Alitalia…

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  3. Comunque ho qualche ricordo delle fontane del laghetto funzionanti, quando ero piccolo.
    Sicuramente funzionavano quelle al centro del laghetto, con spruzzi altissimi.
    Anche se solo di domenica, credo.

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  4. Un dono per te…

    ROMANE FONTANE DIMENTICATE

    di Fausto Corsetti

    Roma: città d’agosto, capitale calda, deserta, quasi innaturale.
    Una città che offre scorci interessanti quando non si è distratti dal suo caos metropolitano e il ritmo frenetico.
    Roma ferragostana, città silente, sorniona ma mai vuota che offre occasioni irripetibili di riappropriarsi di spazi, rapporti, incontri , difficili da percepire in altri giorni dell’anno. Il silenzio festivo irreale mattutino e quel borbottio liquido…delle sue fontane.
    Conoscere il numero delle fontane oggi esistenti a Roma è praticamente impossibile, poiché disseminate tra strade, piazze, cortili, giardini, palazzi e parchi, se ne contano alcune migliaia.
    E’ facile pensare che nessuna città al mondo possa vantare un numero di fontane superiore o uguale a quelle esistenti a Roma.Da sempre hanno costituito il principale arredo urbano della città, che si esprime sia nelle splendide fontane monumentali sia in quelle che, create unicamente per uso pubblico, sono poi divenute un elemento caratterizzante di quartieri e rioni, legandosi a leggende o eventi realmente accaduti.
    L’attrazione e l’interesse che le fontane suscitano a chi visita la città sono sintetizzabili nelle parole di Shelley, grande poeta e viaggiatore dell’ottocento: “Bastano le sue fontane per giustificare un viaggio a Roma”.
    In questo breve viaggio fra le fontane romane, vogliamo far conoscere alcune tra quelle meno note e imponenti che, costruite per soddisfare i bisogni del popolo, si sono radicate nella storia e nelle leggende della nostra città.
    Iniziamo dalla Fontana del Facchino che si trova in Via Lata ed è incastrata nelle mura del Palazzo De Carolis. Venne inizialmente attribuita a Michelangelo, ma è probabile che il suo autore sia stato Jacopo Del Conte, che la realizzò sul finire del cinquecento. La fontana ritrae un mitico facchino romano, tale Abbondio Rizio, noto per la sua erculea forza, ed è annoverabile fra le statue parlanti di Roma, poiché fu utilizzata frequentemente, come quella più famosa di Pasquino, per esporre spiritosi e corrosivi libelli indirizzati alla Curia e al governo pontificio.
    Addossata alla facciata della chiesa di Sant’Atanasio dei Greci si trova la Fontana del Babuino, così chiamata dai romani per la bruttezza della figura rappresentata, che invece è probabilmente la raffigurazione della divinità sabina Sauco o Fidio.
    Anche questa, come la precedente Fontana del Facchino, è considerata una delle statue parlanti di Roma.
    La Fontana del Mascherone venne fatta edificare dai Farnese nel 1570. Essa fu collocata in Via Giulia, in corrispondenza dei giardini di Palazzo Farnese, oggi sede dell’Ambasciata francese. Sia la vasca di raccolta dell’acqua che il mascherone da cui essa sgorga sono di epoca romana e provengono da una delle tante terme capitoline.
    Non sempre dalla Fontana del Mascherone sgorgava acqua poiché, in occasione di feste particolari, dalle sue cannelle usciva un ottimo vino dei Castelli romani, come nel 1720 quando – durante la festa organizzata per Marc’Antonio Zondadari, in occasione della sua elezione a Gran Maestro dell’Ordine di Malta – dalla fontana sgorgò vino per tutta la notte.
    La Fontana dell’Acqua Angelica si trova nel rione Borgo e, più precisamente, in Piazza delle Vaschette. Fu commissionata dal Comune di Roma all’architetto Buffa nel 1898 e inizialmente collocata a fianco della Chiesa di S. Maria delle Grazie, a Porta Angelica. Pur essendo di pregevole fattura, la notorietà della fontana è dovuta alle proprietà terapeutiche della sua acqua, ritenuta ottima per la cura delle affezioni delle vie biliari.
    La Fontana dei Libri si trova in Via degli Staderari, nota anche come fontanella della sapienza, è una delle fontane fatte realizzare dal Comune di Roma nel 1927 dall’architetto Pietro Lombardi per decorare il rione S. Eustachio. Ai lati della testa del cervo, simbolo del rione, ci sono quattro antichi libri che ricordano la vicina Università “La Sapienza” che, fondata nel 1303, continuò ad operare sino al 1935. Un particolare curioso è che il rione S. Eustachio viene erroneamente indicato come il quarto rione di Roma, mentre è l’ottavo.
    La Fontana della Botte è in Via della Cisterna, a Trastevere. Si tratta di un’altra pregevole opera dell’architetto Lombardi, realizzata negli anni Venti, su commissione del Comune di Roma. Per la sua progettazione, l’architetto si ispirò alle tante osterie che popolano questo storico quartiere romano, rappresentando gli elementi caratteristici di queste attività: la botte, lo sgabello e le fiaschette utilizzate per la mescita. Inizialmente la fontana non fu molto apprezzata dagli osti trasteverini, che venivano spesso accusati – a volte a ragione – di allungare il vino con acqua.
    Un’altra fontana, raffigurante un facchino, è quella posta in Largo S. Rocco che fu realizzata per conto della Confraternita degli Osti e Barcaioli nel 1774. La fontana ritrae un giovane popolano con il cappello da facchino che versa acqua in una botte, mentre nella fontana in Via Lata, costruita circa duecento anni prima, il facchino la versa dalla botte.
    Il 6 aprile 1644, appena pochi mesi dopo aver realizzato la celebre Fontana del Tritone, al Bernini fu affidato l’incarico di costruire una fontana bassa di piccole dimensioni da utilizzare come “beveratore delli cavalli”, che solitamente si costruiva accanto alle fontane monumentali. Il Bernini creò la Fontana delle Api, considerata un elegante saggio del Barocco romano. Ma, purtroppo, durante i lavori di sistemazione della piazza, l’opera andò perduta. L’attuale Fontana delle Api, posta alla fine di Via Veneto, è una copia realizzata con molte alterazioni dallo scultore Adolfo Apolloni.
    Queste sono alcune delle fontane che impreziosiscono le strade e piazze della nostra città e, sperando di aver suscitato l’interesse dei lettori, ci auguriamo che vogliano continuare in prima persona questo viaggio, tra le leggende, la storia e la magia dell’acqua che si fa arte.

    Con un simpatico saluto
    Fausto

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