La mia Appia

Ho sempre avuto un pessimo rapporto con la televisione, l’ho sempre guardata poco fin da quando ero bambina. Credo di aver visto la metà dei cartoni animati che hanno visto i miei coetanei, forse anche meno della metà. Preferivo star fuori oppure sfogliare libri. Ricordo che a casa nostra, in Argentina, c’erano due libri che parlavano dell’Italia, si intitolavano “Toda Roma” e “Toda Florencia”. Non so quante ore ho passato a guardare le foto di quei libri, ma sicuramente quello a cui ho rischiato di consumare le pagine è stato “Toda Roma”. Io che ero nata e fino ad allora cresciuta in una metropoli moderna guardavo le foto di Roma e restavo ammaliata.
Ricordo che nella parte centrale c’era una tavola ripiegata che mostrava la Cappella Sistina in tutta la sua magnificenza e che il libro terminava con la foto dell’Appia Antica e della tomba di Cecilia Metella.
Ho sfogliato così tanto quel libro che ogni immagine mi è rimasta appiccicata negli occhi e quando ho deciso di scrivere questo post ho chiamato mia mamma perchè recuperasse quel libro, che sapevo esattamente dove fosse; poi ho chiesto a mio fratello di fotografarmi determinate pagine. “Non ci sono quelle foto” mi diceva al telefono.”Guarda di nuovo, ci sono, ne sono certa. Dovrebbero essere alla fine del libro”ribattevo. E poi sono arrivate.

Per me andare sull’Appia è stato come fare un salto indietro nel tempo, ma non indietro fino al tempo dell’antica Roma, indietro fino alla mia infanzia a Buenos Aires. Indietro fino a ritrovarmi seduta sul tappeto del soggiorno a guardare le foto senza capacitarmi di come potesse esistere una città del genere e come potesse esserci campagna nella città.
Il Mausoleo di Cecilia Metella che sembrava un castello più che una tomba (a seguito delle modifiche fatte dalla famiglia Caetani), una strada fatta da sassi irregolari e sconnessi che portavano chissà dove. Ma possibile che quella fosse la stessa Roma delle altre foto? Tutto era in contrapposizione con le strade regolari e squadrate di Buenos Aires, con i suoi palazzi moderni, anche quelli che volevano avere una parvenza antica. Una contrapposizione che da un lato mi destabilizzava e dall’altro mi affascinava.
Forse per questo motivo, mentre camminavo sull’Appia Antica, mi guardavo attorno come fossi finita dentro ad un libro, ad una storia, esclamando “Che meraviglia” ogni dieci passi; forse per questo motivo guardavo commossa le tombe, i ruderi, i pezzi di colonne ed i solchi lasciati dalle ruote dei carri sui sassi.
Seduta in quel soggiorno di Buenos Aires non potevo sapere che non stavo semplicemente sognando mentre sfogliavo un libro, ma che avevo davanti la mia vita futura.

 

Comunque la vera scoperta, quella di cui nessun libro ti parla, è che lungo l’Appia Antica ci sono i Cercatori di cicoria.

 

(le foto del post sono tutte personali)

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10 thoughts on “La mia Appia

  1. Dai ancora ci sono?
    Ricordo bustone immense riempite di cicoria, da nonna e mamma. Poi una volta cotte e scolate rimanevano tre palle tipo noci di cocco (nonna le appallottolava per strizzarle meglio).
    Si beveva pure l’acqua di cottura, nonna. “Fa bene”. “A no’ ma è fango…”.
    Poi, da bravi romagnoli, ci si farciva la piadina assieme allo stracchino.
    I cascioni erano così, una volta, in campagna: piadina e cicoria.

    Post struggente comunque. M’hai fatto veni un groppo in gola…

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    1. Ho appena realizzato che poi il giorno dopo ho mangiato la pizza bianca con la cicoria. Mentre andavo avanti e indietro sull’argine del Tevere, nelle mie solite peregrinazioni urbane, sono risalita, ho pranzato e sono scesa di nuovo, c’è troppa gente a Trastevere nel fine settimana.
      Romagnolo? Mi son persa qualcosa mi sa….

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  2. Dunque nonno era marchigiano, nonna pure, di Castelnuovo, meraviglioso paesino nel comune di Auditore, provincia di Pesaro. Il paesino oramai è solo un ammasso di ruderi, ma all’epoca distava una 30ina di km dal paese della Romagna dove risiedeva il fidanzato della sorella di nonna, l’altra nonna.
    Nonno era ufficiale di polizia di stanza a Roma, negli anni 30. E lì nacque mamma. Quando andavano in Romagna dalla zia, ormai sposata e trasferita lì, trovavano oltre al nonno purei cugini. daje e ridaje mamma e papà, cugini, paffete. Dispensa papale e si sposarono. Poiché Romagna = vacche campagna aratro e fatica, papà si trasferì a Roma da mamma.
    Poi io, mia sorella etc…
    Più o meno.

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  3. Tutte le strade portano a Roma…ed è vero. Forse in quella città ci finiscono tutti prima o poi. Ci vivono tutti i miei parenti (con cui ho perso i contatti), ci ho vissuto io e adesso trovo te che ne scrivi in questo modo… bel post, Venus! 😉

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